I progetti di desalinizzazione delle acque di Gaza: un lupo travestito da agnello?

Nostra traduzione da Electronic Intifada

Per anni Israele ha sostenuto che la desalinizzazione fosse la soluzione per i problemi di approvvigionamento idrico a Gaza – mentre ne bombardava le infrastrutture.
(APA images)

Recentemente il Palestinian Contractors Union ha messo al corrente l’UNICEF, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’infanzia, che intraprenderà un boicottaggio se continuerà ad offrire l’appalto per la costruzione di un impianto di desalinizzazione nella Striscia di Gaza a due ditte israeliane, la Nirosoft e la Odis Filtering. L’UNICEF ha risposto con una dichiarazione che chiariva le procedure di assegnazione ed ha aggiunto che non si erano ancora concluse, rinviando la decisione finale sul se procedere alla Coastal Municipal Water Utility (CMWU), l’ente palestinese responsabile della realizzazione del progetto.

La questione è lontana dall’essersi risolta, mentre ancora ci si chiede come abbia fatto l’UNICEF a permettere a queste due imprese di partecipare alla gara d’appalto. Già con le prime ricerche emerge che la Nirosoft è posseduta da Ron Lauder, uno dei maggiori finanziatori del Likud, il partito del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, mentre la Odis Filtering opera ad Hamat Gader, un insediamento israeliano nelle alture siriane del Golan considerato illegale dal diritto internazionale.

Questa vicenda ha puntato i riflettori sulla condotta degli enti assistenziali che lavorano nella West Bank e nella Striscia di Gaza e sul loro ruolo nell’evitare le responsabilità. Ciò che non è stato ancora messo sotto esame sono le ragioni per costruire un impianto di desalinizzazione nella Striscia di Gaza.

Le risorse idriche di Gaza: sovrasfruttate e contaminate.

A Gaza l’unica fonte di acqua dolce è la Falda Acquifera Costiera, un’idrovia transfrontaliera condivisa con Israele che corre lungo la costa fino ad Haifa. La falda è gravemente deteriorata, con il 95% dell’acqua estratta che è inadatta al consumo umano a causa dei pericolosi livelli di nitrati e cloruri che vanno ben al di là dei limiti imposti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, con seri rischi per la salute per oltre un milione e mezzo di palestinesi residenti nella Striscia di Gaza (“Israel rations Palestinians to trickle of water,” Amnesty International, 27 Ottobre 2009).

La parte di falda sotto Gaza non può sopportare la pressione demografica della piccola striscia mentre sta venendo sovrasfruttata, con un consumo che è più del triplo della sua produzione sostenibile, e contaminata dai liquami non depurati a causa dell’infrastruttura fognaria fatiscente. Si calcola che Gaza potrebbe terminare l’acqua dolce entro dieci anni se non si cercano fonti alternative.

Per anni Israele ha sostenuto la desalinizzazione come soluzione dei problemi di approvvigionamento idrico a Gaza. Questa opzione è stata inclusa negli screditati accordi di Oslo del ’93 su pressione di Israele, ed ha ricevuto un nuovo slancio a partire dal “disimpegno” unilaterale dalla Striscia nel 2005.

Dopo che Hamas è subentrata nell’amministrazione politica della Striscia nel 2007, Israele ha dichiarato che Gaza era “un’entità ostile”. A seguito di questa dichiarazione ha preso delle misure concrete per bloccare gradatamente i rimanenti accordi di fornitura – per esempio riducendo l’elettricità proveniente dalla rete israeliana ed incoraggiando l’importazione di forniture essenziali attraverso i tunnel che collegano la Striscia con l’Egitto.

Contemporaneamente il governo israeliano ha iniziato un’offensiva politica per promuovere tra i suoi alleati l’idea che Gaza sia un’entità separata.

Nel 2010 il ministro degli esteri israeliano, Avigdor Lieberman (che aveva dichiarato che con Gaza bisognava comportarsi come gli Stati Uniti si erano comportati con il Giappone durante la Seconda Guerra Mondiale, cioè utilizzando le atomiche) ha detto a Catherine Ashton, capo della politica estera dell’Unione Europea, che Israele “sta cercando dei soci affidabili” per migliorare la situazione economica di Gaza, riferendosi in particolare alla costruzione di un impianto di desalinizzazione.

Stando alle sue parole “questi progetti possono risolvere un problema reale di acqua potabile ed elettricità e migliorare la situazione” (“Lieberman: Israel planning to improve Gaza’s water and electricity infrastructure,” Haaretz, 18 Luglio 2010).

Lieberman è andato oltre, affermando che vuole rendere Gaza un’entità pienamente indipendente e che nel caso Israele dovrebbe sigillarne ermeticamente i confini (“Report: Lieberman wants Gaza as an independent entity,” Ma’an News Agency, 16 Luglio 2010).

Di sicuro Lieberman ha trovato un partner volenteroso nell’Unione Europea, che sta finanziando l’impianto di desalinizzazione dell’UNICEF ed ha recentemente annunciato una sovvenzione di 13 milioni di euro per ammodernare il valico di Kerem Shalom, controllato da Israele ed attualmente l’unico passaggio per l’importazione di merci nella Striscia, contribuendo di fatto a rendere l’assedio illegale più accettabile per i palestinesi (“HR Ashton and Palestinian PM Fayyad sign agreements worth €35 million to improve the living conditions of the Palestinian people,” dichiarazione dell’Unione Europea, 19 Marzo 2012).

L’UE è stata criticata per aver già assunto il ruolo di sostenitore dell’occupazione israeliana in West Bank.

Un approccio della “dottrina dello shock”

Gli enti assistenziali gestiscono la maggior parte del denaro dell’UE ed hanno abbracciato, a diversi livelli, questo programma complice guidato dai donatori. L’UNICEF ed alcuni elementi dell’Autorità Palestinese di Ramallah sono stati i fautori essenziali dell’opzione desalinizzazione a Gaza. I toni usati sono allarmistici, disegnando uno scenario catastrofico nel caso in cui non venisse fatto l’impianto. Questo approccio ha lasciato poco spazio per il dibattito od il dissenso.

Non ci si è posti alcun dubbio, ad esempio riguardo l’abitudine di Israele di distruggere le infrastrutture civili di Gaza come forma di punizione collettiva. Nel 2001 distrussero l’aeroporto appena costruito, e nel 2006 bombardarono l’unica centrale elettrica.  L’impianto sarebbe al sicuro in caso di attacchi simili?  Infatti, data la situazione della Striscia, l’opzione desalinizzazione è insensata: per sostenerla c’è bisogno di enormi quantità di energia, mentre Gaza soffre regolarmente la mancanza di carburante e di elettricità e non ne vengono riforniti nemmeno gli ospedali.

Convergenza di interessi tra Israele e l’Autorità Palestinese

L’impianto dell’UNICEF è solo la prima fase di una struttura più grande pianificata per Gaza al costo di 310 milioni di euro. A marzo l’ANP ha avviato la campagna di raccolta fondi per tutto il progetto, con la Francia che ha promesso i primi 10 milioni  (“French assistance amounting to 10 million for the Palestinian Territories and €10 million for the Gaza desalination plant,” France Diplomatie, 13 marzo 2012).

Il progetto è stato avallato l’anno scorso da tutti i 43 membri dell’Unione del Mediterraneo, compresa Israele. Il vice Segretario Generale dell’unione, Rafiq Husseini (un ex assistente del presidente dell’ANP, implicato nel 2010 in uno scandalo sessuale) ha sostenuto la risoluzione (“Deputy Secretary General Rafiq Husseini advocates for a desalination plant for Gaza in collaboration with Egypt,” Unione del Mediterraneo).

[…]

Mercato dell’acqua a scopo di lucro

Israele si fa pubblicità nel mondo vantando la propria tecnologia di desalinizzazione. Recentemente il governo ha annunciato che sta per raggiungere una produzione eccedentaria di acqua (“‘Israel to have water surplus within decade’,” Ynet, 9 febbraio 2012). Come tale – e come rivelato dai Palestine Papers – Israele non nasconde di voler creare un mercato dell’acqua remunerativo a danno dei palestinesi, ed ha già fatto questa proposta durante i negoziati (“NSU Presentation: Water for a viable Palestinian state,” Al-Jazeera English).

Dal canto suo l’Autorità idrica palestinese sta attuando un progetto di riforma neoliberista promosso dalla Banca Mondiale. Prova di ciò è una gara d’appalto per un’altra struttura di desalinizzazione – la terza – per il settore orientale di Gaza City, dove è stata inviata un’offerta di “investimento” a delle ditte private (v. la Lettera di invito per il settore privato ad investire nella costruzione e nella gestione di un impianto di desalinizzazione delle acque marine a Gaza).

Questa apparente convergenza di interessi tra Israele e l’ANP è stata reclamizzata come una “soluzione di soli vincitori” [Quello che nella Teoria dei giochi viene definito un win-win game NdT].  Intanto il popolo palestinese è il vero perdente fintanto che si continua ad intaccare il suo diritto all’acqua.

La soluzione affonda le sue radici nel diritto internazionale e nei diritti umani

La soluzione ai problemi idrici di Gaza sta nel rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani. Israele, in quanto potenza occupante, è responsabile del benessere dei suoi abitanti, quindi anche assicurandogli l’elettricità, l’acqua e delle infrastrutture funzionanti. Israele ha trascurato questo compito ed attualmente fornisce meno del 3% del fabbisogno idrico di Gaza grazie ad una rete pre-esistente di tubature, ed ultimamente ha minacciato di interrompere anche questo piccolo servizio (“Israel threatens to cut water and power to Gaza,” The Telegraph, 27 novembre 2011).  

I governi, tra cui l’UE e le organizzazioni internazionali come l’UNICEF, hanno scagionato Israele da ogni responsabilità grazie ad un programma di assistenza che però non include degli importanti provvedimenti necessari all’assolvimento dei suoi obblighi.

I palestinesi di Gaza non possono più essere considerati come una cosa a sè, separata dal resto del popolo palestinese. Mentre i donatori e le organizzazioni internazionali riconoscono questo fatto sulla carta, in pratica hanno avallato l’assedio e sono stati uno strumento chiave per l’attuazione dei piani di Israele. Due anni fa Allegra Pacheco scrisse su Electronic Intifada che “l’ONU e le organizzazioni umanitarie sostenute dall’occidente hanno continuato a collaborare a soddisfare le linee guida dell’embargo israeliano.”

È estremamente problematico promuovere l’approvvigionamento idrico tramite la desalinizzazione – un metodo insolito e costoso – quando i palestinesi non vedono rispettato nemmeno il loro diritto di accesso all’acqua. Questa acqua giace, ad esempio, nei ricchi depositi sotterranei della West Bank, a soli trenta chilometri da Gaza, che Israele controlla lasciandone ai palestinesi solo poche gocce. La desalinizzazione sarebbe dunque un’alternativa al diritto di accesso all’acqua e alla sovranità sulla propria parte di falda acquifera. 

Sarebbe l’equivalente di permettere ad Israele di continuare il suo saccheggio sollevandola dai suoi obblighi imposti dal diritto internazionale.

I governi e le organizzazioni internazionali dovrebbero fare del loro meglio per convogliare le loro preoccupazioni sull’imminente collasso della falda acquifera di Gaza allo scopo di attuare misure concrete per legare Israele alle proprie responsabilità, anche tramite l’imposizione di sazioni per le continue violazioni del diritto internazionale. I palestinesi e tutti coloro che si preoccupano della giustizia si devono opporre al piano di desalinizzazione. È infatti un lupo vestito da pecora, poichè pretende di essere al servizio dei bisogni dei palestinesi mentre di fatto a lungo termine pregiudica la realizzazione dei diritti individuali e collettivi del popolo palestinese.

Nota dell’editore: in origine questo articolo affermava che Hamat Ghader è un insediamento israeliano nella West Bank occupata. L’articolo è stato corretto precisando che si trova nelle alture occupate del Golan siriano.
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