L’ossessione della “non violenza” danneggia la causa palestinese

da Electronic Intifada, traduzione a cura di Palestina Rossa

Questo discorso è stato adottato dai comitati palestinesi di lotta popolare, nati dopo il successo del villaggio di Budrus, nella West Bank occupata, che abbracciando le proteste popolari sono riusciti a recuperare il 95% delle loro terre espropriate da parte di Israele dal muro dell’apartheid nel 2003. Tuttavia, l’ossessività a concentrarsi su un tipo specifico di resistenza ha in un modo o nell’altro contribuito alla delegittimazione di altre forme di resistenza, e allo stesso tempo ha chiuso una discussione aperta su cosa sia in realtà la resistenza popolare.
Se si fa una panoramica storica sulla resistenza palestinese vi è la testimonianza e l’uso di forme diverse non considerate separatamente dai palestinesi stessi. I palestinesi erano consapevoli di essere spogliati dai loro diritti e delle modalità per affrontare i loro occupanti.
Parliamo del 1929, delle manifestazioni al Muro del Pianto dal lato di al Buraq contro il dominio del sito da parte degli ebrei, sostenuti dal mandato britannico, che hanno causato la morte di centinaia di palestinesi e degli stessi ebrei, oppure del 1935, della rivolta armata guidata da Izz al-Din Qassam contro i soldati inglesi, o dei sei mesi di sciopero del commercio contro il mandato britannico e dei colonialisti ebrei l’anno successivo, oppure della rivolta dei tre anni brutalmente repressa dagli inglesi.
Durante lo scoppio della prima intifada, nel 1987, l’immagine di un lanciatore di pietre palestinese di fronte a uno completamente armato è diventata il simbolo di quella lotta: l’esercito sofisticato della resistenza palestinese, “redento” dopo i dirottamento degli aerei nel 1970.

Non c’è bisogno di spiegare
Al giorno d’oggi, generalmente Israele, il resto del mondo e, purtroppo, anche qualche “illuminato” palestinese campione della “resistenza non violenta”, considerano il lancio di una pietra un atto violento. Si può sostenere che lanciare sassi offuschi la reputazione dei palestinesi nel mondo occidentale negando il “non violento/pacifico” movimento di resistenza. Questo però cade nella trappola dei metodi occidentali (metodo colonizzatore) accettabili o non per resistere.
Gli oppressi non sono e non dovrebbero essere tenuti a spiegare la loro oppressione al loro oppressore, né adattare la loro resistenza al comfort degli oppressori e dei loro sostenitori.
L’ultima volta che abbiamo davvero avuto un vero e proprio movimento di resistenza popolare di base in Palestina (prima delle proteste contro il muro dell’apartheid israeliano nel villaggio di Budrus nei primi anni 2000) è stato durante i primi tre anni della prima intifada.
Nel 2005, la gente del villaggio di Bilin ha iniziato la sua protesta settimanale contro il muro israeliano costruito sulla sua terra. Il Comitato Popolare di Coordinamento di Lotta (PSCC) è stato costituito nel 2008 e propagandato come la rinascita della resistenza popolare. Nei villaggi più occidentali sono iniziate le proteste settimanale ed effettivamente sono state nascoste sotto le ali del PSCC.
Mohammed Khatib, uno dei fondatori del PSCC, mi ha detto in un’intervista che la commissione “ha cercato di intraprendere un’azione creativa diretta a causa dei numeri bassi nelle proteste”.

Salvato dall’ANP
Il modello della PSCC è costruito attorno al sostegno internazionale ed è servito per sensibilizzare i media, e su questo fronte ha dimostrato di essere un grande successo. Eppure l’uso del termine “resistenza popolare” è ingiusto ed è semplicemente un’imprecisione in quanto tali manifestazioni sono costruite attorno a una strategia di mobilitazione o ad un obiettivo, non includono la maggioranza o anche solo la metà degli abitanti del villaggio, e alcuni di coloro che vi partecipano evitano l’adesione delle loro mogli o figlie.
La struttura del comitato è costruito su una base democratica, con sedicenti personaggi provenienti dai vari paesi che soddisfano i ruoli di leadership. Il primo ministro eletto dell’Autorità Palestinese, il beniamino di Europa e Stati Uniti, Salam Fayyad, riceve fondi per il comitato per più di mezzo milione di shekel ($ 125.000) ogni anno.
“Dall’ottobre 2009, abbiamo avuto sempre 50.000 shekel al mese da Fayyad”, ha detto Khatib. I soldi vanno apparentemente per pagare le cauzioni dei palestinesi arrestati durante le proteste, le esigenze logistiche ed amministrative.
“I costi finanziari non possono essere coperti se non dal supporto e dalle donazioni da parte di organi ufficiali”, ha spiegato Khatib. “Durante un mese nel 2008, 50 palestinesi sono stati arrestati a Bil’in. Cinquanta persone che hanno bisogno di essere rappresentate da un avvocato e hanno la cauzione pagata. Le donazioni dei sostenitori sono appena sufficienti.”
Fayyad ha un ordine del giorno che porta con sé, e non ha scrupoli nel renderlo pubblica. Nel corso della settima della conferenza annuale di Bilin, nell’aprile di quest’anno, ha parlato di come queste “proteste popolari siano i passi verso uno stato palestinese economicamente indipendente con i confini del 1967.” Questo è in netto contrasto con i canti popolari di queste manifestazioni stesse che recitano “dal fiume verso il mare, la Palestina sarà libera”.
Più concretamente, naturalmente, Fayyad di fatto comanda le forze di sicurezza che lavorano con l’esercito stesso di occupazione israeliana che sta portando avanti il furto di terre ai villaggi.
Khatib è a conoscenza delle critiche relative al presunto comitato popolare di accettare fondi da parte dei politici. “Ho personalmente incontrato Salam Fayyad più volte dal mese di aprile del 2011 e gli ho detto che i comitati popolari non vogliono i suoi soldi, ma lui non mi ha ascoltato”, ha aggiunto Khatib.
Il PSCC è finanziato anche da organizzazioni non governative che vengono con i propri schemi e progetti. Ad esempio, il gruppo spagnolo NoVA mira, secondo il suo sito web, ad “offrire sostegno alla società civile in zone di conflitto nel campo della prevenzione della violenza, alla costruzione della pace, alla mediazione e alla trasformazione nonviolenta dei conflitti” (noviolencia.nova.cat).
NoVA sostiene un programma di studio chiamato Diploma esecutivo per il cambiamento dei leader. Secondo il partecipante Beesan Ramadan, il vice-console spagnolo Pablo Sanz è stato portato in una delle classi a tenere una conferenza sul “modo corretto di resistere” e poi ha proceduto nel dire che i palestinesi dovrebbero essere “pragmatici ” e di non considerare il lancio dei sassi nelle proteste. Sanz sostiene che è più difficile il lavoro dei consoli se si lanciano i sassi, quando nelle proteste c’è la partecipazione dei funzionari europei.

Impantanati nell’apatia
Questo è il problema principale per le proteste internazionali nei confronti degli israeliani. La PSCC non riflette la società palestinese, che è impantanata in una profonda apatia a causa di una serie di fattori: la dipendenza di un gran numero di persone dalle banche a causa dei prestiti, l’illusione di uno “stato” così come introdotto da Fayyad nell’agenda neoliberista della “costruzione dello Stato”, l’alto costo di sacrifici già compiuti, la stanchezza di 64 anni di occupazione e l’incessante colonizzazione.
E’ passato tutto in secondo piano dopo gli accordi di Oslo del 1990, che hanno solo legittimato e radicato l’occupazione israeliana invece di liberarsene.

Una esigenza di una mobilitazione
Nel frattempo, gli sforzi si fanno per portare delegazioni europee e internazionali per mostrare loro i villaggi impegnati nelle proteste settimanali, e stabilire legami di solidarietà organizzando visite durante le quali i leader dei comitati popolari parlano di “resistenza non violenta”.
Tuttavia, lo stesso sforzo non si fa per mobilitare i palestinesi. L’incapacità di farlo è indicativo dell’atteggiamento prevalente nella società palestinese, che non è cambiato dalla prima protesta di Bil’in nel 2005. Sette anni di proteste settimanali e l’atteggiamento generale è di nuovo quello di apatia, di disprezzo per la “resistenza Fayyad” e di disperazione per quanto riguarda l’inutilità di tutto questo, di come i giovani stiano con coraggio rischiando la loro vita settimana dopo settimana e come questo non cambierà lo status quo.
Criticando questo modello di proteste si cerca di sminuire o creare dei dubbio sul coraggio di uomini e donne che protestano contro l’occupante, oppure sui sacrifici fatti dai numerosi villaggi, in particolare da parte di quelli i cui figli e figlie sono stati martirizzati o feriti dalle forze israeliane.
Gli stress psicologici e fisici che gli abitanti soffrono dai frequenti raid notturni nelle loro case, degli arresti multipli ai loro familiari e dall’impotenza per non essere in grado di dare ai propri figli un futuro migliore sono tutti da prendere in considerazione, così come l’ammirevole fermezza e la convinzione che queste proteste siano un efficace mezzo per sfidare l’occupazione.

Nessuna “lotta comune” con gli israeliani
Oltre alle domande sulla strategia e l’efficacia di queste forme di protesta, la partecipazione di attivisti israeliani è certamente un argomento di grande dibattito. La dinamica odierna di “resistenza palestinese” ha attirato sempre più israeliani nelle proteste e ne ha fatto una prospettiva allettante, come una destinazione turistica.
A meno che non sia esplicitamente dichiarato dagli abitanti del villaggio o dalla comunità palestinese coinvolta nelle manifestazioni, nessuno si rifiuta di permettere agli israeliani di venire alle proteste. La maggioranza della società palestinese non si fida degli israeliani a prescindere. Quale dovrebbe essere il ruolo degli attivisti israeliani?
Va da sé che gli attivisti israeliani non devono mai prendere decisioni o assumere ruoli di leadership nella lotta palestinese, ma devono invece rimanere ai margini. Nella mia esperienza, la maggior parte degli attivisti israeliani conosce e capisce questo. Una volta stabilita la loro presenza nelle proteste palestinesi, le loro attività primarie sono documentare i crimini dell’esercito israeliano, facilitare i procedimenti legali nel caso di palestinesi arrestati dall’esercito israeliano evitando proprio l’arresto, il che significa mettersi davanti ai palestinesi per riuscire a sfuggire all’arresto.
Eltezam Morrar di Budrus, che ha guidato le donne nel suo villaggio per protestare contro l’esercito israeliano, ha condiviso la sue paure sulla realtà odierna non completamente guidata da voci palestinesi.
“Qualsiasi straniero o israeliano che vuole unirsi a noi nelle nostre dimostrazioni viene accolto”, mi dice. “Mio padre una volta disse che noi siamo quelli che mettono gli ordini del giorno per la resistenza ed i sostenitori israeliani e internazionali ci seguono. Al giorno d’oggi non sono realmente sicura che gli ordini del giorno siano al 100% palestinesi”.
Questo problema è aggravato dalla mancanza di una leadership palestinese veramente rappresentativa in grado di tracciare una strategia di resistenza e di mobilitazione di massa, invece di affaccendarsi con la creazione di una polizia nel non stato della Cisgiordania come i Bantustan sudafricani o nel regime autocratico di Hamas a Gaza.
Alcuni attivisti israeliani parlano esplicitamente di una “lotta comune” tra israeliani e palestinesi (si veda, ad esempio, Noa Shaindlinger del 24 giugno, ” Riflessioni su una lotta comune ma impari”).
Ma per dirla senza mezzi termini, non esiste qualcosa che possa essere definito come una “lotta comune”.
Gli anarchici israeliani, molti dei quali sostengono le proteste palestinesi e sono forse più vicini alla comprensione della lotta palestinese, innanzitutto nemmeno si identificano con gli israeliani, quindi il termine “israeliani” non ha molto senso. Deve esserci una comprensione di ciò che la lotta palestinese rappresenta, soprattutto per i sionisti liberali, per non sprecare il proprio tempo nel venire a tutte le proteste in nome della “pace” e “della soluzione dei due Stati”.
Non ci può essere pace senza giustizia, e giustizia significa decolonizzazione, consentendo l’attuazione del diritto al ritorno per i profughi palestinesi e cancellando tutte le leggi e le politiche razziste di Israele di apartheid e di occupazione. Ciò significa nessuno Stato ebraico, nessuna legge e nessuna supremazia né diversi sistemi per le persone di diverse origini etniche.

Non c’è simmetria sotto occupazione
Il termine “lotta comune” implica un certo grado di uguaglianza o almeno di simmetria, il che non è sicuramente il caso tra israeliani e palestinesi, anche se schivano gli stessi proiettili di gomma o inalano lo stesso gas lacrimogeno.
Gli attivisti israeliani sono attivisti della solidarietà, proprio come le loro controparti internazionali. Non vi è alcun ruolo chiaro per gli attivisti della solidarietà, proprio perché non esiste una strategia chiara nella resistenza palestinese.
Se le protesse avessero un obiettivo chiaro, gli attivisti della solidarietà si potrebbero unire agli abitanti dei villaggi, per esempio, come a Nabi Saleh, invece di filosofare sulla natura disumana della professione di soldati.
Il fatto che gli attivisti israeliani vivano sulla terra palestinese colonizzata li spinge a voler fare di più e ad essere considerati come qualcosa di più degli attivisti della solidarietà, in quanto sostengono di essere collegati alla causa palestinese (il che è abbastanza vero). Il problema rimane per quale tipo di azioni vengono “utilizzati”, e che cosa questi attivisti israeliani possono fare per far vacillare l’occupante e il sistema di colonizzazione.

Gli attivisti israeliani dovrebbero concentrarsi sulla modificazione della loro stessa società
Gli attivisti israeliani devono lavorare all’interno delle loro stesse società e comunità. Naturalmente questo è un compito molto difficile e anche pericoloso, come ci si aspetta in una società dove il razzismo e il fascismo sono così istituzionalizzati.
Per supportare i palestinesi non è necessario partecipare a proteste settimanali dove non sono nemmeno credibili e dove superano in numero talvolta anche i partecipanti palestinesi.
Le lamentele di alcuni attivisti israeliani di come siano trattati e delle persecuzione che ricevono da parte dell’esercito potrebbero essere viste come atti di auto-indulgenza, specialmente perché gli arresti o i feriti israeliani o internazionali hanno la possibilità di essere raccontati molto più degli abusi quotidiani e dei soprusi a cui sono abituati i palestinesi.
Gli attivisti israeliani devono rivolgere il loro campo d’azione nella maggiore consapevolezza di cosa rappresenti l’occupazione nella loro stessa comunità, devono solo essere più creativi nel trovare le strategie per affrontare e sfidare la loro società.
I palestinesi devono anche lavorare all’interno delle loro stesse società, al fine di mobilitare e immettere lo spirito del volontariato e della comunità sociale che si sta frammentando a causa di politiche economiche neoliberiste che allargano le disuguaglianze, la dipendenza dagli aiuti, il debito e il consumismo.
Nessuno rifiuta un israeliano anti-sionista, ma chiamare se stessi anti-sionisti che arrivano persino a protestare non è sufficiente. Gli attivisti israeliani affermano che lo fanno, per la maggior parte, per capire i privilegi di cui godono per essere bianchi ed ebrei in una situazione coloniale. Ma non è sempre chiaro che comprendano come questi privilegi continuino a manifestarsi nelle loro interazioni con i palestinesi.

Verso una resistenza veramente popolare
Nonostante le buone intenzioni degli internazionali e degli israeliani che vengono a proteste, la loro presenza può anche rafforzare l’idea che i palestinesi abbiano bisogno di qualcuno che parli a loro nome. Non solo questo modello di resistenza si mostra enormemente inefficace in termini di risultati e di mobilitazione per i palestinesi, ma aiuta e mantiene lo status quo che sia Israele sia l’Autorità Palestinese si sforzano di proteggere.
Bassem Tamimi, uno dei leader del comitato di lotta popolare in Nabi Saleh, ha riconosciuto che la realtà sul terreno non è una resistenza popolare.
“Siamo ancora nelle fasi preliminari. Direi anche che c’è un bel po’ di strada da intraprendere verso una resistenza popolare. Ci sono un sacco di errori con il modello attuale. Quando abbiamo iniziato con queste proteste settimanali abbiamo usato il termine di ‘resistenza popolare’ come un modo per mobilitare la comunità nel prossimo futuro. Ora siamo ad un punto di stagnazione.”

Costruire da zero
Le rivoluzioni e la resistenza vittoriosa non avvengono dall’oggi al domani. Ci vogliono mesi, anni prima che un movimento possa affermarsi. La lotta deve essere ricondotta agli stessi palestinesi, e un modo sicuro di mobilitare non è attraverso proteste o discorsi, ma attraverso il lavoro sociale di comunità (che incidentalmente è ciò che ha reso così popolare proprio Hamas dalla sua istituzione, specialmente nei campi profughi).
Vieni a conoscere le persone per la strada. Chiedi loro di cosa hanno bisogno, ciò che stanno soffrendo. Potrebbe essere un tetto rotto, o il bisogno di soldi per pagare le tasse universitarie della figlia. La fiducia comincia ad essere costruita in diverse comunità, e con questa consapevolezza si accende la scintilla per riavviare un vero movimento di resistenza sul terreno.
Come Paolo Freire ha giustamente sottolineato, “nessuna pedagogia davvero liberatoria può rimanere distante dagli oppressi trattandoli come disgraziati e presentando loro dei modelli di emulazione presenti tra gli oppressori. Gli oppressi deve essere il proprio esempio nella lotta per la loro redenzione”.
Linah Alsaafin

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